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L'ULTIMO DEI FUTURISTI

L’intervista che segue è tratta dal mio libro “Incontri straordinari – 70 interviste con personaggi che hanno quel qualcosa in più” (Florence Art edizioni). Una galleria di ritratti che lasciano emergere storie minimali o epiche, raccontano i loro sogni, le speranze, le passioni alla ricerca di quella scintilla che li ha trasformati in numeri uno. Storie che ci ricordano che ognuno di noi è un “incontro straordinario”, un universo pieno di meraviglie da esplorare. (lu.don.)

«Che cosa significa essere l'ultimo dei futuristi?». Osvaldo Peruzzi sorride, si alza in piedi lentamente e scruta il cielo al tramonto dalla sua camera che si affaccia sulla torretta dell'Accademia Navale di Livorno. I suoi occhi però guardano oltre, frugano indietro nei suoi 93 anni, in quel secolo, il Novecento, che ormai non c'è più.
«Significa che ho avuto il buon gusto e la buona sorte di arrivare a questa bella età, a differenza dei tanti amici con cui ho diviso fervori e passioni, e che se ne sono andati. Soltanto il più longevo, mi disse qualcuno tanti anni fa, assaporerà qualche briciola di gloria. E così è stato. Mica penserà che fosse facile essere futurista nell'Italia degli anni Trenta? Divertente sì, per chi aveva il gusto di stupire, di andare oltre. Ma di quadri non se ne vendevano. Li vede questi?» dice indicando le pareti della stanza dove cento dipinti e mille immagini coloratissime sembrano animarsi alla luce del tramonto, «Fino a pochi anni fa non li voleva nessuno; ora che me li chiedono tutti, non li vendo, li tengo con me».

Non ha perso la vis polemica, così come non ha perso un briciolo di lucidità, questo giovanotto del 1907 che vive con la moglie Irma, di poco più giovane e non meno brillante, in mezzo all'universo di colori con cui ha radiografato il mondo, il suo mondo di cui è diventato testimone prezioso: chiedergli di raccontarsi è come accendere un proiettore e lasciar scorrere le immagini nitidissime di quel Novecento dinamico, di cui i suoi pennelli hanno raccontato la meccanica e la velocità.
«Sono nato a Milano — dice — dove mio nonno, mio padre ed i miei zii, tutti maestri soffiatori di vetro di Colle Val d'Elsa, si erano trasferiti per lavorare. Tutta la famiglia poi si sposta a Livorno che io sono piccolissimo, e prende in affitto l'antica vetreria Bitossi, che prende il nome di mio nonno materno, Rinaldi. A diciassette anni torno nel capoluogo lombardo per continuare gli studi, e lì mi laureo in ingegneria al Politecnico nel 1932. Milano è già la capitale industriale d'Italia, ed è già stata percorsa dalla prima ondata del movimento futurista, che ha già perso con la guerra alcuni dei suoi più noti esponenti, come Boccioni. Altri, come Carrà e Balla, si sono allontanati perché di futurismo non si campa, e le opere non se le comprava nessuno. Io, che ho sempre avuto la passione del disegno, inizio a frequentare le gallerie, e l'incontro con il futurismo avviene nella galleria di via Manzoni. Fillia, Prampolini, Bruno Munari sono gli amici che negli anni del Politecnico dividono con me la passione che ci porta a dipingere secondo regole ben diverse da quelle della tradizione».

Ed ecco irrompere nella vita dell'artista il genio di Filippo Tommaso Marinetti, che lo stesso Peruzzi non esita a definire l'anima, il cervello, il cuore del movimento. Elegante di un'eleganza un po' demodé, porta sempre la bombetta. Un giorno Peruzzi gli chiede perché, e lui spiega che è doppiamente comoda, per salutare e, poiché è rigida, per salvarti dal primo colpo in testa in caso di colluttazioni. Che nel ribollente universo futurista sono all'ordine del giorno.

«Non c'è futurismo senza Marinetti — si accende Peruzzi — è lui, vulcanico, estroverso, instancabile, passionale, che porta il movimento nella storia. Marinetti quando ci incontriamo è già famoso, c'è uno stacco di età fra noi, lui è del 1876, potrebbe essere mio padre. Appena vede i miei dipinti si entusiasma, mi carica di lodi anche eccessive. Ma è fatto così, crede nei giovani, e in tutto ciò che è nuovo, moderno, anticonformista: un precursore. Pensate, nel 1933 in una conferenza annuncia che sono in corso studi avanzati per mandare l'uomo sulla Luna. Tutti ridono, lo sbeffeggiano. In realtà è in contatto con Marconi, con scienziati tedeschi, e se non ci fosse stata la guerra non si sarebbe dovuto aspettare altri cinquanta anni».
Peruzzi non si tira indietro sulla questione dei rapporti fra futurismo e fascismo. «Non c'era bisogno di metterci all'indice nel dopoguerra — dice con decisione — basta leggersi il manifesto politico del futurismo, che ha forti motivi di contrasto col fascismo. Casomai è Mussolini che con un'astuta mossa riesce a disinnescare la bomba futurista. I due si conoscevano bene, erano stati interventisti, entrambi imprigionati per le proprie idee. Mussolini quindi è ben cosciente del potenziale eversivo del futurismo, e teme Marinetti: allora gli affida la direzione dell'Accademia d'Italia, e con questa mossa lo rende innocuo, Marinetti è imbalsamato nel suo ruolo, non fa più paura».
Negli anni del fascismo con i giovani, Peruzzi, Fillia, Dottori, De Pero, Prampolini, decolla la seconda ondata del movimento, e viene elaborato il manifesto dell'aeropittura.

«Per le persone comuni siamo gente strana, siamo anche un po' perseguitati perché facciamo confusione. Organizziamo serate che oggi si chiamerebbero happening, e che finiscono spesso con l'intervento dei carabinieri». Intanto nel 1931 l'artista torna a Livorno. «E qui è ancora più dura. Essere futuristi significa essere soli contro tutti, essere seguito con grande sospetto, specie nei circoli artistici. I vecchi pittori mi guardano con sufficienza: queste novità che arrivano da Milano sono un affronto per i depositari della grande pittura macchiaiola. Che bello però andare in giro con mia moglie, livornesissima, vestiti identici, scarpe, pantaloni e maglioni alla moda, stesso colore e stessa foggia, e tutti a guardarci: gente strana, questi futuristi. Un gruppetto di artisti più intelligenti mi accoglie però con grande favore: parlo di Beppe Guzzi, e di Plinio Nomellini, che guida il Gruppo labronico e fa il bello e il cattivo tempo. Nomellini non è un carattere facile, è autoritario, talvolta prepotente. Ma con me si dimostra amico, mi permette anche di esporre alcune mie opere. Intanto con Gino Belforte meditiamo di fare una mostra futurista, e il sogno diventa realtà nel 1933. Arrivano Fillia — che morirà poi giovanissimo di Tbc dopo aver sempre rifiutato di curarsi —, Mino Rosso, lo stesso Marinetti, che anima anche una conferenza al Circolo Filologico. E in mostra ci sono le opere di tutti i grandi. Marinetti come al solito esagera, mi elogia pubblicamente, parla di me come fossi Michelangelo. I pittori livornesi sorridono ironici: potete immaginare il mio imbarazzo». Livorno diventa per Peruzzi fonte di ispirazione: se l'aeropittura fissa sulla tela le grandi imprese dei pionieri dell'aviazione, sono il Cantiere navale, le fabbriche, la vetreria a prender vita e colori nello studio sugli Scali del Pesce dai pennelli dell'artista, che intanto continuerà a lavorare come ingegnere nella vetreria di famiglia fino alla chiusura della fabbrica, nel 1971.

Nel 1941, dopo dieci anni di attività frenetica sullo slancio di Marinetti, con cui si terrà in stretto contatto fino alla guerra, Peruzzi fa il punto sul percorso avviato firmando il suo manifesto sul futurismo. Poi scoppia la guerra. Peruzzi sta per partire per il fronte, e incontra per l'ultima volta Nomellini.

«Mi chiede di parlare con Marinetti in merito a un suo possibile ingresso nell'Accademia d'Italia. Io devo partire il giorno dopo, e Marinetti nonostante l'età non più verde è già partito per la Russia. Gli dico che ne avremmo riparlato al ritorno, e certo non immagino che non lo rivedrò più. Sul fronte africano vengo fatto prigioniero con altri duecentomila italiani, è una disfatta. Da Algeri un giorno vedo partire centinaia di aerei, il cielo è oscurato, i motori rombano. Tornano dopo otto ore. Saprò poi che ho visto partire la squadra aerea che bombarderà Livorno, uccidendo tante persone. E distruggerà il mio nuovo studio di via Marradi, con buona parte delle mie opere».

Seguono due anni di prigionia nel Missouri. «Non si sta male. Continuo a dipingere, e divento amico del vecchio colonnello che comanda la struttura, una persona colta, laureato a Oxford e appassionato di arte. I soldati americani non capiscono la mia pittura, ma mi chiamano il Picasso italiano. E' qui che apprendo della morte di Marinetti: tre righe sul New York Times, «E' scomparso l'artista italiano Filippo Tommaso Marinetti».

E' la fine del movimento. Al ritorno in Italia, i futuristi sono allo sbando. Tanti sono morti, altri hanno scelto strade più remunerative. Ma la verità è che era Marinetti a tenerci tutti uniti». Nel dopoguerra Peruzzi accetta l'invito del gallerista Giraldi ad inaugurare con una sua mostra la nuova galleria livornese di Via Grande. Da quella mostra nascono discussioni e forti polemiche sul ruolo del futurismo, ma è anche l'occasione per alcuni giovani per una presa di contatto che li avrebbe portati di lì a poco a produrre distaccandosi dalle forme della tradizione postmacchiaiola. Poi, la riscoperta del futurismo come uno dei movimenti artistici più importanti del secolo, e le grandi mostre degli ultimi anni. Più di settanta anni di pittura senza mai distaccarsi dal futurismo, neanche oggi che la vista non gli permette più di far esplodere le sue geometrie sulla tela, oltre milleduecento quadri dipinti, Osvaldo Peruzzi si gode le sue «briciole di gloria».

Il sole è ormai calato dietro la torretta dell'Accademia Navale, e i suoi quadri nella stanza continuano a far vivere le storie di ingranaggi leggeri come farfalle, di aerei che ronzano come mosche in mitiche trasvolate su cieli di piombo, di grattacieli e fabbriche, cantieri e fornaci, mostri meccanici di cui ha saputo raccontare l'anima. E in mezzo c'è lei, il ritratto di sua moglie Irma, com'era tanti anni fa, candida nel suo pullover bianco, quando insieme si divertivano a stupire la gente.
«Oggi lo possiamo dire — conclude tenendola per mano — valeva la pena di essere futuristi, nel cuore del Novecento».

 Livorno, Gennaio 2000

 Nel 2001 l’opera di Peruzzi viene inserita nella grande mostra del Palazzo delle Esposizioni a Roma “Futurismo 1909-1944” ricevendo la definitiva consacrazione. Peruzzi continuerà a dipingere fino all'ultimo. Morirà nella sua casa livornese il 30 dicembre 2004 a novantasette anni lasciando millecinquecento dipinti.

 

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