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LA TERRA VISTA DA LONTANO

L’intervista che segue è tratta dal mio libro “Incontri straordinari – 70 interviste con personaggi che hanno quel qualcosa in più” (Florence Art edizioni). Una galleria di ritratti che lasciano emergere storie minimali o epiche, raccontano i loro sogni, le speranze, le passioni alla ricerca di quella scintilla che li ha trasformati in numeri uno. Storie che ci ricordano che ognuno di noi è un “incontro straordinario”, un universo pieno di meraviglie da esplorare. (lu.don)

Quiz. Chi è il più grande viaggiatore italiano di tutti i tempi? Cristoforo Colombo? No. Vespucci? Acqua. E neanche Patrizio Roversi e Siusy Blady. La risposta esatta è Umberto Guidoni che in due tranche a bordo dello Shuttle ha percorso diciotto milioni di chilometri in un mese.
«Effettivamente, se si guarda ai numeri è così — conferma con una risata il primo astronauta italiano — ma quello che mi ha sempre colpito è che quei chilometri che mi hanno fatto fare girando intorno alla Terra, mi avrebbero portato un bel pezzo avanti in un viaggio verso Marte».
Guidoni, tutti i bambini vogliono fare l'astronauta. E il piccolo Umberto, arrivato a Roma a metà anni cinquanta da Acuto, paesino della Ciociaria? Non mi dica che voleva fare l'impiegato di banca...
«Anch'io sognavo di fare l'astronauta. Mestiere che peraltro non esisteva ancora. C'erano però i libri di fantascienza, Verne, i racconti di Urania...».
E il ragazzo uscito da un liceo romano con la maturità in tasca, che futuro si figurava?
«Di fare un lavoro quanto più vicino possibile allo spazio,anche se nel frattempo mi ero reso conto che non era facile».
Una laurea con lode in fisica nel 1978: università e ricerca, meglio allora o oggi?
«Nel 1978 erano diverse le prospettive, c'era l'idea che impegnandosi e lavorando seriamente si sarebbe raggiunto il risultato sperato. Certo, anch'io ho fatto il supplente nelle scuole, e ho lavorato gratis nei laboratori di ricerca. Ma c'era la sensazione che alla fine avremmo visto i risultati. Oggi purtroppo non è così, la situazione per i giovani è drammatica e se non si sostiene economicamente la ricerca è difficile anche trovare soluzioni».
Lei ha lavorato in tutto il mondo, e per anni alla Nasa. Ritiene che la ricerca italiana sia competitiva?
«Qui è stato fatto uno sforzo importante fino agli anni Ottanta con investimenti nel settore spaziale, e sono stati raggiunti obiettivi di rilievo. Oggi raccogliamo i frutti di scelte fatte trenta anni fa, ma non vedo all'orizzonte analoghi investimenti, né programmi a lungo termine; per questo temo che oggi la nostra importanza inizi a declinare».
Un passato al Cnen (centro per l'energia nucleare) e all'Enea. Ma anche di europarlamentare nella Sinistra Verde. Chi meglio di lei per un giudizio sull'energia nucleare?
«Sono convinto che il nucleare sia un errore; una risposta forse valida cinquanta anni fa, ma oggi sappiamo che è una strada complicata. E rischiosa. La tecnologia lo rende sicuro? Certo, come gli Shuttle, il massimo della tecnologia. Eppure due Shuttle sono esplosi. Per non parlare delle scorie, o del fatto che il nucleare è un sistema rigido, che preclude altre possibilità. Il futuro è nelle energie rinnovabili».
Con “Qui Houston...” iniziavano i collegamenti con la Nasa negli anni Sessanta. Cosa ricorda della sua prima volta a Houston?
«Il fascino di entrare in quello che per me era un pezzo di storia, l'enorme razzo Saturno fuori dal centro. All'inizio fu un'emozione. Poi ci ho vissuto dieci anni...».
Per andare nello spazio si è sottoposto ad addestramenti durissimi. C'è stato un momento in cui ha pensato che fosse impossibile, e ha pensato di non farcela?
«Io vengo dal mondo della ricerca, magari mi sono sentito inadeguato a pilotare un aereo o lanciarmi col paracadute, ma la passione e la voglia di mettersi in gioco hanno prevalso».
Saliamo sullo Shuttle. Tutto bello o anche disagi, problemi, paura?
«No, paura no. Direi consapevolezza dei rischi. La fase più delicata è il lancio, anche fisicamente ti rendi conto del pericolo. A un certo punto ti lasciano solo, la persona più vicina è a otto chilometri di distanza. Si avverte un senso di abbandono. Ma ci insegnano a gestire le situazioni. Non è coraggio, fa parte del mestiere. Non mancano invece le difficoltà di ordine pratico: gli spazi ristrettissimi, l'assenza di peso che non è uno scherzo, e rende impossibile anche farsi una doccia, o mangiare».
Nello spazio ha avuto modo di guardare dentro di sé? E ha scoperto qualcosa?
«Le condizioni in cui ti trovi ti aiutano a capire meglio il ruolo che abbiamo nel nostro pianeta. Nell'universo più grande è così piccolo... gli giri intorno in novanta minuti. Ed è così isolato, riconosci la sua fragilità, ti vien voglia di proteggerlo. Così cambia la percezione delle cose. Vedi con chiarezza che produrre beni è un falso obiettivo, bisognerebbe mettere tutte le energie nel preservare il bene più grande, il nostro pianeta».
Lei è stato nello spazio due volte a distanza di cinque anni. Che effetto fa ritornare? Ne aveva voglia? E ora le manca? Ci tornerebbe?
«Ne avevo voglia e avrei voglia di tornarci ancora. La seconda volta si apprezzano di più quelle sfumature che nella prima non hai visto, per la frenesia e il senso di smarrimento».
Sui libri di storia c'è e ci sarà scritto “Umberto Guidoni, il primo astronauta italiano. Apriamo le virgolette: ci scriva una sua frase.
«Condivido ciò che fu detto dopo lo sbarco sulla luna: ce l'abbiamo fatta grazie allo sforzo complessivo di tanta gente, gli astronauti sono solo quelli più fortunati, quelli che vedono la Terra dallo spazio. E allora scriverei: “Il bello sta nel riuscire a guadagnare le menti e i cuori di tanta gente a un progetto a cui partecipiamo tutti. Aprire una porta per l'umanità e dire “io ho dato un piccolo contributo, abbiamo bisogno delle intelligenze di tutti per fare un passo avanti”».

 

Roma, giugno 2011

 

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