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LO SGUARDO DEL MAGO

L’intervista che segue è tratta dal mio libro “Incontri straordinari – 70 interviste con personaggi che hanno quel qualcosa in più” (Florence Art edizioni). Una galleria di ritratti che lasciano emergere storie minimali o epiche, raccontano i loro sogni, le speranze, le passioni alla ricerca di quella scintilla che li ha trasformati in numeri uno. Storie che ci ricordano che ognuno di noi è un “incontro straordinario”, un universo pieno di meraviglie da esplorare. (lu.don

Un grande artista. Chi ha ammirato in scena anche solo per dieci minuti Vito Lupo, prestigiatore americano di origini italiane, non ha dubbi. Magari però pensa di aver visto un numero come un altro, per quanto bello, raffinato, elegante: oggetti che si trasformano magicamente fra le sue mani, cambiano forma e consistenza, sembrano plasmati dai movimenti sinuosi e morbidi dell'illusionista: la perfezione accompagnata da musiche new wave dolcemente affascinanti. E più di tutto lo sguardo, quello sguardo che ti cattura subito e non ti lascia più, dialoga con te dal primo all'ultimo istante, racconta ogni più piccolo frame della performance, in un intenso dialogo muto.

Bene, quello che lo spettatore non sa è che con quel numero Vito Lupo ha cambiato profondamente la storia dell’arte magica. Facciamo un salto indietro nel tempo. Anno 1979, aeroporto di Bruxelles. Dalla scaletta dell'aereo scende un ragazzino di diciotto anni. E' solo e arriva da New York con una valigia piena di sogni. Il più grande, vincere il Fism, il Campionato mondiale di magia. La notte non dorme per il jetlag, l’emozione e una brutta influenza che si è portato dietro. Il giorno dopo sale sul palco con trentanove di febbre. E vince il titolo.

E’ una sorta di passaggio del testimone, dalla magia classica a un'arte tutta nuova che contamina stili e generi diversi: illusionismo, mimo, teatro, danza. Mica è capitata tante volte nella storia della magia moderna una rivoluzione del genere. Forse tre o quattro in mezzo millennio.

Ma perché quel numero ti tocca così nel profondo? In fondo apparentemente l’artista non fa niente di troppo diverso dal passato: foulard, palline, carte, una bella musica. Tecnicamente è al top, ma ce ne sono altri di quel livello. E allora cos’è che ti infilza l’anima? Il fatto è che, in tutti i campi artistici, ogni volta che una performance è avanti di molti anni rispetto al contesto generale, chi l’osserva ne apprezza il risultato finale, ma non ha le armi per interpretare le dinamiche e i percorsi che gli stanno dietro. Quindi piace apparentemente senza un perché. Mentre i motivi in realtà sono mille, tutti piccoli dettagli che fanno la differenza.

Grazie al numero mundial Vito Lupo diventa una star magica internazionale, ottiene scritture importanti, lavora per un quarto di secolo nei più prestigiosi teatri di tutto il mondo; nel frattempo fa la regia di importanti show e crea a pagamento numeri di magia per altri prestigiatori. E negli ultimi anni affianca agli spettacoli il lavoro di consulente creativo per la Disney.

I nonni di Vito partirono dalla Sicilia e sbarcarono a New York in cerca di fortuna, e questo lui non lo dimentica. In Italia viene spesso, qui ha ritrovato le sue radici, e ha imparato a far convivere le sue due anime di italiano d'America.

Cosa c'è in lei di italiano e cosa di americano?

«La passione è italiana, il business americano, l'amore è italiano e americano, la mia pelle è italiana, il cuore italoamericano, il mio spirito è di tutto il mondo, l'ispirazione mi arriva dai miei nonni italiani».

Cosa vorrebbe cancellare dell'Italia e degli Stati Uniti?

«La politica, prima di tutto: non mi piace né da questa né dall'altra parte dell'Atlantico. In particolare il trattamento dei poveri e il materialismo in America, il disinteresse per il futuro, per le giovani generazioni in Italia».

E cosa invece salverebbe?

«La libertà e la tutela dei diritti in America, dove tutti hanno gli stessi diritti sociali. Eccetto che nella sanità. E una delle cose che amo in Italia è proprio quest'ultima; la tutela sociale nel campo della sanità. Poi mi piace l'approccio spirituale al cibo e all'agricoltura».

Facciamo un salto indietro di quaranta anni, Vito ha dieci anni. Che bambino è?

«Un bambino molto felice, che ha la fortuna di avere sempre vicini il nonno e la nonna. Proprio a dieci anni fra l'altro sono venuto in Italia per la prima volta, un viaggio che mi ha cambiato la vita: tre mesi di vacanza pura a trovare i parenti in Sicilia, a farmi conoscere e a vedere uno stile di vita completamente diverso».

La città dove lei è cresciuto. Qual è la prima immagine che le viene in mente?

«Long Island, a pochi minuti di auto da New York. La prima immagine sono le spiagge sull'oceano. Poi grandi case nei suburbi, grandi alberi, grandi auto. Luoghi dove mi sembrava non ci stesse nessuno: in Italia le case erano piene di gente: dov'erano finite quelle grandi famiglie in America? Semplice, erano tutti al lavoro».

C'è un negozio o un locale che frequentava, che ricorda bene?

«A Long Island a tredici anni il primo negozio di magia: mi sembrava di aver trovato un tesoro. Mio nonno mi aveva già fatto vedere un po' di giochetti, a tavola, con sale e pepe, stuzzicadenti, bucce d'arancio. La prima volta che vidi il magic shop era chiuso, mi dissero che dovevo ritornare. Il giorno dopo all'orario d'apertura ero davanti al negozio, mia mamma lavorava lì vicino, mi aveva accompagnato in macchina».

E durante l'adolescenza che locali frequentava?

«Appena finita la high school ho iniziato a frequentare New York City, e lì ho iniziato a studiare le arti. Più che un locale o un bar, ricordo le tante scuole d'arte che frequentavo. In realtà non andavo molto al bar con gli amici, nel tempo libero preferivo fare sport».

C'è un luogo chiave, dove ha imboccato una strada piuttosto che un'altra?

«Il Village Gate, un famoso locale jazz a Manhattan, nel Village. Lì si esibiva l'illusionista peruviano Richiardi Junior, un grande della magia. E lì con il mio numero di mimo superai un provino per entrare a far parte del suo show The incredible world of magic e illusions. Abbiamo lavorato al Village Gate per nove mesi, mi sentivo il centro del mondo. Nei sei mesi successivi poi passammo a Broadway. Durante questo periodo preparai il numero per il campionato mondiale, insieme al mio amico, l'olandese Ger Copper. Con lui ho lavorato per due anni, e con lui ho diviso la gioia del titolo mondiale».

A che punto della sua vita ha sognato di essere un numero uno della magia, e cosa ha fatto per realizzare il sogno.

«A dodici anni ho visto uno spettacolo alla tv, al Johnny Carson Show, con il mago Carazini: ricordo che faceva magie con la bocca. Il giorno dopo a scuola ho visto un gruppo di mimi. E lì ho fatto due più due, e ho saputo immediatamente quale sarebbe stato il mio futuro, la mia chiave per farmi vedere e conoscere. Ma non ci sarei riuscito senza gli studi fatti in seguito: movimento, danza, yoga arti marziali. In tutte queste arti io trovavo la magia».

Campione del mondo a diciotto anni. Come ha vissuto l'essere al top così giovane?

«Non ho capito subito di essere al top, perché in America ci sono tanti giovani che arrivano in vetta prestissimo, anzi per il pubblico più giovane sei più forte sei. Quello che sapevo è di essermi guadagnato una grande vetrina internazionale. Ora potevo lasciare la casa dei miei, potevo scappare, girare il mondo. Non che ci stessi male, ma i miei genitori da buoni italiani erano un po' troppo pressanti, “Vai a letto presto, non uscire stasera...”. Loro volevano che facessi il dottore, o l'avvocato. Non mi hanno supportato, ma neanche ostacolato. All'inizio scuotevano la testa. Poi la vittoria del mondiale. Per loro è stata una sorpresa, così come la gente che mi fermava per strada, l'attenzione delle televisioni. Non hanno detto niente, ma da lì in poi mi hanno lasciato fare quello che volevo».

Nella sua carriera si è confrontato con centinaia di artisti di tutti i livelli: artisti si nasce o si diventa?

«Tutti e due: se tu diventi un artista significa che prima non lo eri? In realtà la domanda non ha una risposta precisa. Credo che in pochi nascano artisti. Ma per me è più importante sapere se in un modo o nell'altro hanno poi vissuto la loro vita come artisti».

Chi considera i suoi maestri, nell'arte e nella vita?

«Più di uno: Moni Yakim, che ha studiato con Marcel Marceau alla scuola di mimo francese; George Koller, un insegnante di scuola che è stato il primo a credere nei miei talenti. Tutti i miei insegnanti di sport, buoni e cattivi. E non ultimo mio nonno, che mi ha mostrato la magia della vita».

Lo spettacolo più bello che ha fatto

«Allo Sporting Club di Montecarlo. A un certo punto il tetto si è aperto e ho visto un grande pubblico. E dietro al pubblico lo scenario della Costa Azzurra».

E quello che avrebbe voluto fare

«Non c'è, sono contento così, dopo ventisette anni in giro per il mondo ho fatto tutti gli spettacoli che avrei voluto fare».

Quanto è importante per esprimere il massimo avere una forte personalità?

«E' molto importante, se parli di performance artistiche. Ma non è così importante nella vita, perché ho incontrato gente con pochissima personalità ma con una grande forza di volontà».

Da uno a cento, quanto sono importanti il successo, i soldi, la famiglia, fare un mestiere che si ama.

«Fino a tre anni fa avrei detto cento per tutti. In questo periodo però la mia vita è cambiata più che in tutti gli anni precedenti. E ho imparato che la famiglia arriva prima di tutto».

E oggi, passati i cinquanta anni, qual è il suo sogno?

«Trovare la pace, l'armonia, la salute. E una nuova rinascita per il mio lavoro creativo».

 

Livorno, Aprile 2012

 

 

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