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IL VOLO DELL'ANGELO

L’intervista che segue racconta due o tre cosette di un personaggio straordinario, uno di quelli che quando li incontri dopo non sei più lo stesso, e ti lasciano dentro un sorriso di angelo bambino e la certezza che sì, ognuno di noi è un universo pieno di meraviglie da esplorare. (lu.don.)

Ti incanta, quell’omino dagli occhi cerulei e profondi. Ti incanta col suo sorriso, la sua dolcezza, quell’innocenza che gli ha permesso di arrivare agli «anta» vivendo come il suo connazionale Peter Pan nel mondo delle favole. Lindsay Kemp da qualche anno risiede a Livorno: un appartamento in un condominio qualunque, dove un tempo sorgeva (sarà un caso?) il teatro Politeama, a due passi dal mercato centrale. Dove ha scelto di collaborare con piccole realtà teatrali su palcoscenici che non sono il Royal Drury Lane di Londra e neanche il Radio City Music Hall di New York, certo più adeguati a un artista che per anni è stato il re dei teatri del West End e di Broadway.

Qualche flash da wikipedia, per chi non conoscesse il coreografo, attore, ballerino, mimo e regista inglese. Gli esordi nei primi anni sessanta, poi nel 1974 con “Flowers” il successo in un piccolo teatro londinese, da cui passa al West End a furor di popolo, quindi dopo mesi di trionfo assoluto, a New York On Broadway. Ha così inizio un ventennio ricchissimo di successi che porta Kemp e la sua compagnia in ogni angolo del mondo. Inventore di un teatro-danza onirico, ispirato e forte di effetti spettacolari ottenuti con l’uso di musica e luci, Kemp ha ispirato fra gli altri il nascente Cirque nouveau, tutto il teatro-danza europeo, ha reinventato l'arte del mimo e ha influenzato molte compagnie innovative (Momix, Kripton...). Ha aperto la strada agli eventi rock spettacolarizzando i concerti con allievi come David Bowie e Kate Bush. Questi gli inizi. Poi sono seguiti 30 anni di successi in tutto il mondo.

Ed ora eccolo a Livorno, piccoli spazi in una piccola città. Perché?

«Perché a Livorno mi sento a casa, e sento tanto amore in giro, qui sono felice, mi sento a mio agio, vado al mare, al porto, al mercato. Sono molto contento di aver trovato qui un rifugio. Cos’è che fa la differenza? La gente, i livornesi. Qui mi sento amato. Gli spettacoli che porto in scena sono un modo per ricambiare, mi sono detto “mi esibisco ovunque, e non per i miei vicini di casa? ».

Lei è un artefice, un creatore di spettacolo. E' contento di quello che ha realizzato finora? Corrisponde a quello che da sognava da ragazzo?

«Sì, sono contento, ma non soddisfatto. Un artista non è mai soddisfatto. E poi è difficile essere felici quando c’è tanta infelicità intorno. Diciamo che cerco di essere felice e di mettere in condizione gli altri di esserlo».

Il Lindsay adolescente come immaginava il Lindsay del 2016?

«Pensavo che avrei avuto più glamour e più soldi... Scherzo. In realtà non ero ambizioso, quello che volevo era danzare, far parte di questo mondo magico, e sono davvero felice di averlo realizzato».

Che cosa è per lei il successo?

«Rendermi conto che il mio lavoro è apprezzato. Ma non nel senso “che bello” o “che buono” come si può dire di un dolce, ma realizzare che il mio lavoro è servito a cambiare delle vite. Primo scopo di un artista è quello di sollevare lo spirito del pubblico, un obbligo: renderli liberi. Mi piace pensare di essere utile come un dottore. L’artista è un dottore dello spirito».

Lei è cresciuto in un periodo di grande creatività, la swinging London, il 68. Il mondo era migliore o peggiore 50 anni fa?

«Era assolutamente migliore, un’età dell’oro, c’era un sacco di gente creativa. E poi tutti erano idealisti, avevano voglia di innovare, di cambiare le cose, si sperimentava. E tutto questo si è perso. E anche il teatro ha perso la sua magia».

Oggi non si sperimenta più o non c’è più niente da sperimentare?

«Oggi, con qualche eccezione, nessuno ha più voglia di sperimentare. Spesso sono i manager che guardano al box office e non si vogliono prendere rischi. Si fanno solo cose sicure. È un problema di soldi. Qui in questo teatrino sperimentiamo, eppure il budget è bassissimo. Però abbiamo la passione».

Cosa significa esser stato maestro di personaggi come David Bowie o Kate Bush?

«E’ stato tanto tempo fa. Sono contento quando qualcuno ricorda l’influenza che ho avuto su David Bowie o Kate Bush o Miguel Bosè o RinTinTin o chissà chi altri, ma che devo dire? Sono stati buoni allievi, molto talentuosi, molto devoti».

E oggi, c ’è qualche artista che l’ha colpita?

(segue una lunga pausa) «Il tempo che mi ci vuole per rispondere è già una risposta. È un peccato. C’è stato un tempo della mia vita in cui il mondo era pieno di grandi artisti di cui ero letteralmente innamorato, me ne sarebbero venuti in mente a decine. Ora non ci sono più, mi guardo intorno e dico “Chi c’è rimasto?”. Nel mio campo direi che l’ultima grande coreografa è stata Pina Bausch. E Paul Taylor. Oggi la maggior parte di quella che è chiamata danza contemporanea non tocca il cuore, e la maggior parte dei danzatori hanno dimenticato che la danza serve a intrattenere. Ma non disperiamo, l’artista deve essere sempre ottimista...».

Che rapporto ha con le tecnologie, internet, i social etc.?

«Le trovo straordinarie in quanto utili. Con un clic vedi Nijinsky o Isadora Duncan, è favoloso. Certo non è il mio mondo, nei miei spettacoli gli unici effetti siamo noi. In un tablet si trova tutto, ma non la magia, quella la puoi trovare su un palcoscenico, quando c’è ».

Se alla sua porta bussasse un ragazzino, il Lindsay del terzo millennio, e le chiedesse consigli per il suo futuro…

«Avrei una lista di cose da consigliare. Leggi tutto quello che puoi, guarda tutto ciò che puoi, prova ogni opportunità che ti capita, fai errori, sperimenta, ricomincia da capo e non smettere mai di imparare. Se sei un ballerino non smettere mai di danzare, se sei un pittore non smettere mai di dipingere. Non ti aspettare di essere soddisfatto, ma lavora per essere felice e per rendere felici le altre persone».

E se avesse la possibilità di suggerire una sola cosa?

«Ama incondizionatamente»

 


 

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