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UN FOLLETTO DI NOME BUSTRIC

L’intervista che segue è tratta dal mio libro “Incontri straordinari – 70 interviste con personaggi che hanno quel qualcosa in più” (Florence Art edizioni). Una galleria di ritratti che lasciano emergere storie minimali o epiche, raccontano i loro sogni, le speranze, le passioni alla ricerca di quella scintilla che li ha trasformati in numeri uno. Storie che ci ricordano che ognuno di noi è un “incontro straordinario”, un universo pieno di meraviglie da esplorare. (lu.don)

Camera con vista sulIa skyline inconfondibile di Firenze. Una casetta incastonata in un rustico di quelli veri, non “riattato” come usa oggi, sui colli del Galluzzo. La camera, oltre alla posizione panoramica, ha un’ altra particolarità: il letto è al centro di un minipalcoscenico, con tanto di boccascena e sipario: come dire che Sergio Bini, in arte Bustric sta in scena anche quando dorme. Ma negli ultimi tempi Bustric non deve aver dormito molto, se è vero che in pochi mesi ha trovato il tempo di fare un film di grande richiamo (Marcellìno pane e vino di Comencini), di scrivere e portare in scena il nuovo spettacolo teatrale Bustric nell’isola di cocco, di curare addirittura la regia di un‘opera lirica, il Don Giovanni di Mozart in Colombia. «Sapesse da quanto tempo – dice - non riuscivo a prendere un caffè nel mio giardino, sotto i miei quattro olivi che quest’anno mi hanno dato quattro litri d’olio. Io sono nato giù, in città, in San Frediano, e ho un bellissimo rapporto con Firenze. E’ un posto da cui non si partirebbe mai».

Un posto da cui non si partirebbe mai, ma lei tanti anni fa è partito...

«Io ho sempre voluto fare questa lavoro, fin da bambino; è stata la mia fortuna, di non avere mai messo in dubbio ciò che volevo fare. A cinque o sei anni, la mia più grande aspirazione era di fare il cretino in mezzo agli altri: salivo sul tavolo e facevo divertire tutti. Dopo una recita alle elementari la maestra disse a mia madre di mandarmi alla scuola dei piccoli della Pergola; mia madre non mi mandò perché non voleva scegliere per me”.

Quanto c’è di toscano nei suoi spettacoli?

«Non molto, se non un certo tipo di arguzia, chiarezza, praticità, un certo modo di osservare le cose. Le mie esperienze però le ho raccolte in giro per il mondo. Non mi sento di appartenere a un posto specifico, di avere una bandiera».

Farebbe un film col “clan dei toscani”, con Benvenuti, Chiti, Nuti?

«Se il copione è bello sono disposto a fare qualsiasi film. Con Chiti ho già lavorato in teatro per Houdini. Mi è servito molto quello che lui mi ha insegnato, ma a posteriori vedo i limiti di questo lavoro, miei e suoi. Però è stata un’esperienza; ora l’ho perso un po’ di vista, però si, lavorerei volentieri con Ugo».

E Iavorare con Comencini come è stato?

«Mi ha stupito la grande padronanza tecnica. Comencini costruisce il film in macchina, già sapendo l’angolazione visiva; usa pochissimi dolly, carrelli, effetti cinematografici. Predilige la teoria del racconto, segue strettamente la drammaturgia. Devo anche dire che purtroppo non é stato un rapporto semplice, perché è abbastanza malato, ha grossi problemi fisici che te lo allontanano. Riuscire a dialogare con lui richiede un grosso impegno. Però il rapporto è stato bello. Ho capito che è un uomo che ha voglia di giocare e di stare in mezzo alla gente, nonostante i settantacinque anni e l’aspetto un pò burbero. La lavorazione è durata quaranta giorni, a Ferentillo, in Umbria. Questo era il mio terzo film. E mi è venuta una gran voglia di fare cinema. In precedenza avevo preso parte a due film a episodi, Quartiere di Silvano Agosti e La domenica specialmente di Barilli, ma io considero questo il mio primo film dove faccio un vero ruolo, inserito nella storia».

Il primo film dove non è Bustric... Ho visto che nei titoli di testa ha fatto scrivere Sergio Bini e, fra parentesi Bustric. Qualche anno fa voleva che la gente la conoscesse solo come Bustric. Cosa è cambiato?

«Si, è vero. Sto cercando disperatamente di tornare Sergio Bini e basta. Forse voglio “uccidere” Bustric, ma non per cattiveria. E’ solo un problema di evoluzione».

Ma così lascia alle spalle anche l’artista di strada…

«Ho smesso di lavorare per strada perchè non era più una scelta coerente. Non puoi lavorare per strada chiedendo soldi col cappello, e guadare magari cinquantamila lire, e il giorno dopo vendere per molti più soldi lo spettacolo a cachet».

E gli spettacoli di piazza alle sagre e feste? Le piacciono sempre o li fa solo perché rendono?

«E’ una domanda molto seria. Questo mondo, più progredisci, più ti chiede delle scelte. Da una parte il desiderio di comunicare e di stare con gli altri, dall’altra il desiderio di inventare, isolarsi, crearsi un mondo proprio . Il cinema è legato a questa seconda possibilità. Tu fai una pellicola, la gente la va a vedere, non hai un rapporto fisico col pubblico. E questo è affascinante. D’altra parte nel teatro ti bagni d sudore ogni sera e devi cambiare la camicia, devi lavorare, montare la scena, adattarti a nuovi spazi, incontrare il pubblico, gli organizzatori, essere a contatto con la gente: è un’esperienza estremamente vitale».

Cosa le è rimasto della trasgressività che portava sul palcoscenico?

«Il rischio oggi è quello di tirare le somme. A volte ti viene da chiederti “ma dove sono arrivato in tanti anni di lavoro”, ti metti in concorrenza con improbabili attori, che vanno avanti grazie alla televisione. E questo è un errore perché ti omologa, ti rende meno trasgressivo. Io fino a pochi anni fa avevo scelto di non lavorare in Tv, non avrei mai fatto una pubblicità, non volevo vendermi. Adesso i concetti stanno cambiando, non vendersi è impossibile, se si vuol fare questo mestiere. E se ti vendi male sei stupido. Ma tutto questo con un limite. Io credo nella possibilità di continuare il rapporto fra il proprio lavoro e la ricerca, cioè nel non dimenticare le ragioni per cui si è iniziato. Nel vocabolario inglese c’è un modo molto bello di identificare il talento: “necessità e desiderio”; ecco, credo che, bene o male, il mio lavoro possa mantenere questo senso, anche se forse trasgressivi lo si è tutti sempre meno».

Cosa pensa della televisione?

«Credo che la Tv possa essere un mezzo straordinario, ma solo un mezzo. Per me non è un punto di arrivo, ma mi può servire per trovare lavoro nel cinema e per far venire la gente a teatro. Per cui vorrei fare il meno possibile nel miglior modo possibile. Mi piace guardarla però la Tv. Mi piacciono i gialli, mi diverte Derrick. E il cinema in Tv, specie quello che si vede di notte. Mi piace anche Chiambretti. E odio i giochi, sono terribili. Non amo neanche i talk show, con tanta gente che pensa di avere ragione, di avere il diritto di dire qualunque cosa perchè parla in Tv».

E nel cinema quali sono i film da salvare?

«Se vado al cinema per divertirmi ,vado a vedere Terminator o Robin Hood. Ma il film che mi è piaciuto di più negli ultimi anni è il Decalogo di Kieslowski. Stupendo, con tanti grandi attori che recitano in un modo che sembra così semplice… Una grande lezione».

E la regia lirica che ha fatto a Bogotà?

«Da otto anni in Colombia non si faceva un’opera lirica. Quindi prima di tutto c’era da ricostruire un teatro dell’opera, in una città che per tanti anni aveva avuto una tradizione operistica. Il mio problema era far diventare attori persone che non avevano pratica di scena. Un impegno durissimo che però si è rivelato un’esperienza straordinaria, in una terra ricchissima di vitalità, in mezzo a gente che non è ancora corrotta da una forma di benessere, che non c’ è ma che non è importante che ci sia. La gente ha pochi soldi, però, anche se ormai dire queste cose può sembrare fuori moda, sta bene, vive con poco. Per questo ho trovato tanto entusiasmo, piacere di fare le cose. Merce sempre più rara alle nostre latitudini. E’ stato un successo. Ed è stato molto utile a tutti, a me per primo».

Insomma, sta vivendo un buon periodo…

«Ho deciso di fare le cose che mi piacciono. Voglio portare avanti la mia ricerca di artista, perché è da questa che prendo tutto ciò che mi serve, e poi devo trovare programmi Tv interessanti, come si dice “curare l’immagine”. Poi teatro, viaggi. Negli ultimi otto mesi mi sono capitate un sacco di cose tutte insieme».

Ha paura d’invecchiare?

«No, non mi dispiace l’idea di invecchiare. Quello che è difficile calcolare adesso è se te lo puoi permettere d’invecchiare, se servi giovane, se ti preclude degli spazi. Io credo che stiamo vivendo un periodo che fondamentalmente non è giusto, dove non viene dato a chi ha o a chi merita. Penso che questo sia un male soprattutto italiano. Ad esempio Walter Chiari era per certi aspetti inaffidabile, ma un attore come lui merita di più. Noiret in Francia viene considerato molto di più».

Firenze, gennaio 1992

 

Firenze, Gennaio 1992

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