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L'INCOMPARABILE LEGGEREZZA DI RENZO

L’intervista che segue è tratta dal mio libro “Incontri straordinari – 70 interviste con personaggi che hanno quel qualcosa in più” (Florence Art edizioni). Una galleria di ritratti che lasciano emergere storie minimali o epiche, raccontano i loro sogni, le speranze, le passioni alla ricerca di quella scintilla che li ha trasformati in numeri uno. Storie che ci ricordano che ognuno di noi è un “incontro straordinario”, un universo pieno di meraviglie da esplorare. (lu.don.)

Lui non invecchia, diventa vintage. L’inconfondibile erre moscia, lo sguardo sornione, la sua proverbiale ironia ti accompagnano come un sottofondo soft di Gerry Mulligan, lo ascolteresti parlare per ore. Queste (e tante altre) doti hanno fatto di Renzo Arbore lo showman italiano più conosciuto nel mondo. Che ha ancora voglia di essere protagonista sul palco con l’Orchestra Italiana.

«Sì – dice – suoniamo insieme ormai da un quarto di secolo, e francamente pensavamo di durare due o tre anni. Invece siamo stati gli artefici della rinascita della canzone italiana. E questo continuiamo a fare: attraverso la canzone napoletana d'autore tocchiamo altri generi, grazie al talento di 15 musicisti tutti pluristrumentisti. Io sono il regista animatore cantante clarinettista e all’occorrenza chitarrista e pianista. E non vado sul palco per promuovere il mio ultimo disco: credo che il pubblico se ne accorga. Mi diverto anche a fare cose che il pubblico non si aspetta, magari un “Nessun dorma” con i mandolini, o un arrangiamento cubano di Carosone».

Già, Carosone, per lei un punto di riferimento...

«Certo, ho fatto tesoro della lezione di Renato, il mix di canzone napoletana con ritmi di altri mondi mi ha ispirato e da lì sono nate le canzoni della mia vita, anche televisiva».

Le sue sono le trasmissioni più replicate dalla storia della Rai. Qual è il motivo?

«Non è casuale. È proprio quello che volevo ottenere: trasmissioni senza tempo, destinate a non invecchiare. Per questo non ho fatto varietà, non ci sono imitazioni né satira politica. I miei riferimenti erano Totò, le ospitate di Sordi o Manfredi, Walter Chiari... il Sarchiapone non invecchia. E ancora ci sono 400 puntate di Doc che sonnecchiano negli archivi Rai, con straordinarie esibizioni dal vivo di Joe Cocker e James Brown, Miles Davis e De Gregori. Musica che non invecchia. Oggi c’è troppa attualità, troppa satira. Servono anche queste, ma non si conservano».

Perché il primo disc jockey italiano,grande intenditore di jazz, come showman è approdato alla musica napoletana?

«Sono le mie due anime: jazz e musica napoletana. Ma sono in buona compagnia: tutti i grandi del jazz, da Bollani a Rea a Rava, sono appassionati di canzoni napoletane, le più belle melodie del mondo. Si può dire che sono le matrici della canzone italiana. Noi siamo cresciuti ascoltando quelle melodie cantate da grandi interpreti, con i testi di Viviani, Bovio, Di Giacomo che sono già poesie. E se sono retoriche queste, è retorica anche Summertime. Mi batto da tempo su questo fronte, e il ministro Franceschini di recente ha dato timidi segnali. La canzone italiana del novecento, da Spadaro a Modugno, da Battisti a Paoli a De Gregori, va portata nelle scuole. Quelle di De André, Conte, Dalla, Gaber non sono solo canzonette, ma pagine poetiche memorabili. Proporle al fianco dei Sepolcri creerebbe interesse e farebbe un favore alla cultura cosiddetta maggiore».

Certi fenomeni, come il successo internazionale di realtà come Il Volo, a suo parere possono essere sono il segnale di un ritorno del melodico?

«Credo che il loro successo possa aiutare ad esportare la musica italiana: all’estero conoscono e apprezzano quella, grazie a tenori come Caruso, Pavarotti o Bocelli. Loro sono tre ragazzi simpatici ».

Però ai tempi di “Bandiera gialla” li avrebbero massacrati.

«Certo, e con loro tanti altri. Con Boncompagni negli anni precedenti, quando non c’erano ancora le radio libere, avevamo lanciato il pop moderno italiano, e prima ancora quello inglese, i Beatles e gli Stones, e il pop americano, il rhitm and blues, il primo progressive. e seguì un rifiuto del melodico, che però era quello alla Claudio Villa, un po' retro ».

A un certo punto della sua carriera lei è diventato showman. Come e perché ha deciso di salire su quel ring nel quale aveva sempre fatto da arbitro o da organizzatore?

«Merito di Enzo Jannacci. Io ero critico musicale del Corriere della sera, andai a un concerto di Jannacci che si esibiva col grande clarinettista Tomelleri e un’orchestra meravigliosa, con canzoni mutuate dal jazz. Ne uscii entusiasta e lo invidiai tantissimo, mi dissi “È il momento di tornare a fare quello che facevo prima”. Già, perché io ho cominciato nei night, con Peppino di Capri, Fred Bongusto, Gino Paoli, Mina. Il centro era la Versilia. Da ragazzino mi ci portavano i miei, andavo a vedere Buscaglione e Van Wood. Quei locali, con la Bussola in testa, per noi erano la terra promessa. Ci ho suonato varie volte, ho inaugurato il Piper quando ci si trasferì con Patti Pravo e Mal».

Perché vanno tanto i talent? Cosa è cambiato nella ricerca di talenti rispetto a 50 anni fa?

«Moltissimo, perché i talenti tanti anni fa erano pochi, anzi parecchi cantanti erano “squadrati”, anche stonati. Poi un’invenzione stupidissima, il karaoke, ha allevato una serie di ragazzi a cantare intonati e rispettando tempi e ritmi. Oggi molti sono bravi, ma il talent dà una popolarità effimera. Servirebbe un diverso tipo di talent, meno influenzato dalle case discografiche. Io giudice? Non potrei mai, sarebbe dolorosissimo escludere qualcuno, è una forma di rispetto per gli artisti, anche quelli che non sanno suonare».

C'è qualche presentatore che vede con le sue qualità, la sua simpatia, la sua ironia? Insomma chi è il Renzo Arbore del futuro?

«Il problema è che noi abbiamo rinnovato radio e televisione improvvisando: uno stile mutuato dal jazz, c'era solo un canovaccio. Come ho fatto con Benigni per 36 puntate, tutte improvvisate. Purtroppo non vedo eredi. Lo stesso Benigni oggi si prepara a fondo, e va benissimo così: ottime performance ma con una tecnica che seguono tutti. Ormai la tv è un fatto industriale».

E la rete?

«Mi sto divertendo con il mio renzoarborechannel.tv, 24 ore su 24 va in onda una parte del mio materiale, musica di qualità, ma anche chicche di tv d'autore. Mi serve ad approfondire il mio rapporto col web. E quella che mi piace è proprio l’immediatezza, l’improvvisazione, la leggerezza della rete per un pubblico che ha voglia di estemporaneità».

C'è qualcosa nella sua carriera artistica che non rifarebbe?

«Mi dispiace non aver portato a temine la missione di Rai International. Non andò a buon fine per motivi legati alla politica. Per il resto ho fatto tutto quello che mi andava di fare e mi diverto ancora a suonare».

 

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