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LA MIA ITALIA A REGOLA D'ARTE

L’intervista che segue è tratta dal mio libro “Incontri straordinari – 70 interviste con personaggi che hanno quel qualcosa in più” (Florence Art edizioni). Una galleria di ritratti che lasciano emergere storie minimali o epiche, raccontano i loro sogni, le speranze, le passioni alla ricerca di quella scintilla che li ha trasformati in numeri uno. Storie che ci ricordano che ognuno di noi è un “incontro straordinario”, un universo pieno di meraviglie da esplorare. (lu.don.)

In ogni città d'Italia pezzi importanti del nostro passato storico e artistico vanno in rovina. E gli scavi archeologici sono aperti e richiusi perché non ci sono i soldi per gestirli. Temi che Vittorio Sgarbi conosce bene, come esperto d'arte ma anche come politico, visto che in veste di sottosegretario al Beni culturali ha avuto modo di “vedere l'erba dalla parte delle radici”.

Professor Sgarbi , c'è qualcosa di sbagliato nel sistema italiano?
«L'Italia è un Paese unico nel settore beni culturali, dove una quantità di interventi vengono fatti, e contemporaneamente serve una continua manutenzione su ciò che è stato scoperto. Spesso questo determina un disagio. D'altro canto poi ci sono le scelte: quelle che fanno sì che si possano spendere tre milioni per una prima alla Scala, e poi non avere la possibilità di restaurare tesori come le navi romane».

Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e altri Paesi però valorizzano e tutelano i loro beni. Perché noi no?
«Questi Paesi hanno un cinquantesimo di ciò che abbiamo noi, e la loro spesa è di molto inferiore alla nostra».

In tempo di crisi però i beni culturali sono i primi ad essere trascurati, ed è capitato che anche i ministri abbiano avvisavatoche “con la cultura non si mangia”...
«È una visione totalmente sbagliata. I soldi ci sarebbero anche, ma sono distribuiti male. L'Italia complessivamente spende più di qualsiasi altro Paese, ma spende male. C'è una tendenza a piangersi addosso e a mantenere sacche protette dove i finanziamenti vengono garantiti invece di distribuirli in modo più equo. Che senso ha spendere duecentoventi milioni per la sede della Regione Piemonte, e darne venti al grande architetto di turno? O centosessanta milioni per il Maxi a Roma? C'è una gerarchia nelle spese, ed è evidente che questa prevale su un'equa distribuzione dei finanziamenti per la tutela dell'esistente».

Lei è stato sottosegretario ai Beni culturali, quindi ha avuto modo di vedere la cosa sotto la prospettiva di chi governa la parte pubblica. Cosa le ha insegnato quella esperienza?
«Mi ha insegnato che ci sono spese di straordinaria importanza e spese del tutto inutili. Occorre rimettere in ordine il ministero, ci sono gerarchie su cui non si interviene. Per esempio gli interessi di certi settori come ad esempio teatro e cinema non si toccano».

Ci sono delle responsabilità specifiche? C'è qualcuno che non fa bene il suo lavoro?
«È difficile dirlo, bisognerebbe valutare di volta in volta, caso per caso. In Italia ci sono quarantamila architetti iscritti e ottantamila non iscritti che devono lavorare; risultato, ovunque si fanno rotatorie con un fiume di soldi europei. L'impegno strabocchevole degli architetti porta a una spesa pubblica gigantesca. È giusto o è uno spreco? O ancora, cosa è costato l'immondo Palazzo di giustizia di Firenze? Almeno centotrenta milioni per una delle opere più brutte del mondo. E il ponte di Messina, quattro miliardi di euro: è giusto?».

Lei ha una soluzione?
«Il bilancio dello Stato andrebbe redistribuito in modo diverso, sfondando i confini fra un ministero e l'altro: di cinque ministeri — Tesoro, Cultura, Turismo, Sviluppo economico e Lavori pubblici — bisognerebbe farne uno solo, il Ministero del Tesoro e dei Beni culturali. Non c'è dubbio che interventi come quello della villa del Casale a Piazza Armerina, o anche più eclatante la tutela stessa di Pompei, patrimoni dell'umanità e luoghi visitati da milioni di persone, rientrino nei lavori pubblici. In questo modo limiteremmo gli orrori delle periferie e potremmo valutare come intervento indirizzato ai beni pubblici quello che è il campo avaro dei beni culturali».

In questo contesto quanto può essere importante l'apporto dei privati?
«L'intervento dei privati è molto importante, a patto che anche a loro si dica “Non ti diamo l'autorizzazione a intervenire con nuove opere finché, ad esempio, non hai restaurato le terme liberty di Livorno. Tenendo insieme lavori pubblici e beni culturali, la possibilità di recuperare un edificio diventerebbe automaticamente prioritaria, senza per questo precludere di realizzare il nuovo».

 

 

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