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IL MONDO VISTO DAL PALCOSCENICO

L’intervista che segue è tratta dal mio libro “Incontri straordinari – 70 interviste con personaggi che hanno quel qualcosa in più” (Florence Art edizioni). Una galleria di ritratti che lasciano emergere storie minimali o epiche, raccontano i loro sogni, le speranze, le passioni alla ricerca di quella scintilla che li ha trasformati in numeri uno. Storie che ci ricordano che ognuno di noi è un “incontro straordinario”, un universo pieno di meraviglie da esplorare. (lu.don.)

Brignano chi, quello delle Iene? Il cabarettista di Zelig? O il comico del cinema, quello dei film di Vanzina? Ma non è lo stesso delle fiction, di un Medico in famiglia? No, io dico l'attore teatrale, quello di Proietti, e poi dei monologhi. Macché, è quello di Rugantino. E si potrebbe andare avanti col regista, l'autore, il cantante, il ballerino. Sempre lui, Enrico Brignano, prezzemolo nell’orto assai poco rigoglioso dello spettacolo italiano, che ora fiorisce anche nei palasport. Con una tournée partita col tutto esaurito.

Brignano, lei è dappertutto, e sempre in veste di protagonista. Dica la verità, siete più di uno, o ha scoperto la formula dell'ubiquità? Come trova il tempo di fare tutto?

«Niente ubiquità, sono uno e non ho neanche i portaborse. Quello che si vede è il frutto di un lavoro difficile, massacrante. Ogni giorno faccio cose diverse in luoghi diversi: ad esempio negli ultimi tre giorni ho fatto pubblicità, teatro, televisione a Conegliano, Roma, Milano e Perugia. Questo è un buon momento per me, e io cerco di fare le cose al meglio. Qualcosa magari resta indietro…».

Lei è sposato da tre anni: riesce anche ad avere una vita privata?

«Forse resta indietro proprio quella».

In tv ha sempre spazi importanti, e su tutte le reti. Un grande attore con un grande manager, o è solo raccomandato … dal Papa?

«No, niente raccomandazioni. Francamente una spiegazione precisa non me la so dare, forse la mia presenza è giustificata dal fatto che riesco a semplificare tematiche difficili, e la gente vuole capire cose anche molto difficili, chiede che gli siano raccontate in modo semplice».

Può essere, ma negli ultimi tempi la semplicità non è stata la sua unica cifra: ha al suo attivo anche monologhi molto graffianti, come quelli visti alle Iene, dove si concede (e le vengono concesse) battute particolarmente dure. Se la lasciano proseguire, si prepara un futuro da Grillo parlante?

«No, a parte che Le Iene è una trasmissione estremamente democratica, Beppe Grillo è un’altra cosa. E’ molto più avanti di me, più aggressivo, più coinvolto, lui è già dall'altra parte della barricata. Io a quei livelli non sono capace. La satira politica attrae, io l'ho sperimentata anche con i monologhi delle Iene, ma è pericolosa, nitroglicerina. Ma non c'è bisogno che lo dica io che i governanti sono troppi, ingrassano come vacche e andrebbero cacciati, tanto loro non ascoltano, è gente che ormai non ha più testa, solo pancia. La politica italiana è una baldracca che spesso si presta al malaffare, a combutte. Abbiamo visto di tutto: è politica un governo con due partiti opposti, uno per la secessione, l'altro per il tricolore? E quando queste cose le hai dette? La gente le ascolta e si arrabbia e sta peggio di prima. Meglio fare una battuta serena, mandare a casa la gente tranquilla».

C'è qualcuno che si sente di ringraziare per ciò che lei è oggi?

«Fondamentalmente il padreterno, e i miei genitori. E per i miei inizi nobili un grande attore come Gigi Proietti».

Lei viene da una lunga gavetta. Un caso raro nel mondo dei talent show…

«Su un un palcoscenico sono salito per la prima volta venticinque anni fa. Io credo che la vita sia abbastanza lunga, e credo al fuoco come una grande invenzione dell'uomo. Il fuoco poi può essere fatto di brace o di paglia, e può durare un attimo o notti intere. La vita artistica è questo, io spero di avere la possibilità di raccontare storie, di far divertire o commuovere ancora per tanto tempo. Perché lo spettacolo è importante. Il mio ultimo show è anche una presa di posizione verso le parole di un ministro che disse che col teatro non ci si pagava un panino. Lo spettacolo è dedicato a mio padre, scomparso lo scorso agosto. La sera che è morto sono andato in scena, anche per dimostrare che non c'è niente che possa fermare un uomo di buona volontà».

Ne è convinto? Anche guardandosi intorno?

«Purtroppo l'Italia di oggi è piena di vigliacchi, che si nascondono per tutta la vita dietro uno stipendio sicuro, un'assicurazione sulla vecchiaia, e non combattono più, diventano zavorra. L'Italia è rovinata da due sindromi, quella del balcone dove osannare il duce di turno, e quella della cassa del mezzogiorno. E i guai se non durano almeno venti anni non ci piacciono».

Lei ha conquistato il successo poco a poco, un percorso lento ma costante. Quando è che ha capito di avere svoltato?

«Giuro, non credo di avere svoltato. Mi piace il mio lavoro fin da quando ho iniziato a farlo. La maggior parte delle persone non ama il lavoro che fa, e io sono anche remunerato bene, meglio di tanti che non detestano il loro lavoro. Per questo sono fortunato, è questa l'unica svolta. Una fortuna che cerco di dividere col pubblico».

Chi considera il più grande attore italiano?

«Non riesco a citarne uno solo. Mastroianni, poi Manfredi, Sordi, Gassman. Ho avuto la fortuna di conoscerli. Ogni volta che lavoro con Alessandro Gassman gli leggo nel volto la grandezza e la fragilità di suo padre. E amo ancora di più questo mestiere».

Lei funziona bene anche in coppia: c'è qualcuno con cui vorrebbe lavorare?

«Al cinema, con il mio amico Flavio Insinna».

Dello spettacolo Tutto suo padre lei è autore, regista e protagonista. E va in scena nei palasport. Una bella sfida. L'ultimo è stato perlappunto Beppe Grillo…

«Ci metterei anche Fiorello. Comunque per Grillo era diverso: la regia non la curava, non cantava e non ballava. Poi la sua scelta è stata repentina, da Te la do io l'America, satira di costume, alla satira politica. Per poi diventare un Coriolano fuori le mura. Nel merito, chapeau a un uomo che dedica la propria esistenza artistica alla comunità. Io mi accontento di cantare una canzone, fare una battuta, far star bene il pubblico. Certo, la politica per me è più che un sassolino nella scarpa, ma oggi per me non sarebbe il momento, l'invettiva mi porta solo grande bruciore di stomaco. A me e a chi ascolta».

E allora, cosa c'è dentro lo spettacolo Tutto suo padre?

«C'è il ricordo delle mie radici, di mio padre appunto. La scomparsa di un padre lascia un vuoto profondo. Io ho la fortuna di poter esternare questo sentimento a grandi masse. E’ il racconto di una pacca sulla spalla, di uno schiaffone dato al momento giusto, cose in cui credo molto. Non credo a chi vuol dialogare con i bambini: sono bambini, non capiscono, hanno i loro obiettivi e ci provano. I divieti servono, sono educativi».

E queste cose intime le racconta al pubblico dei palasport…

«Non solo queste, si ride, ci si diverte, si passa una bella serata insieme. E il pubblico dei palasport è splendido: è diverso, attento, nuovo, non legato all'abbonamento teatrale. A me non piace chi compra tutti gli spettacoli, io sono uno che vuole scegliere, vado a vedere solo lo spettacolo che mi piace. E magari a teatro trovi un pubblico che non ti ha scelto. Invece chi viene al palasport, chi ti sceglie deve arrabattarsi a comprare il biglietto tre mesi prima, magari accontentarsi di un terzo anello. Ecco, io cerco di non tradire le aspettative di chi si unisce al rito collettivo. E per ora va alla grande: a Torino abbiamo fatto quattortdicimila persone in due serate, ed è finita in standing ovation.

Montecatini, Gennaio 2012

 

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