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LINDSAY

E’ morto Lindsay Kemp. Il mio modo per ricordarlo è raccontarvi la sua “storia impossibile”. Perdonatemi se uso le interviste che gli ho fatto nel 2012 e nel 2015, ma sono i miei incontri ravvicinati con un immenso artista. Lasciate da parte lo storyteller, e ascoltate la voce di un angelo di nome Lindsay Kemp.

Ti incanta, quell’omino dagli occhi cerulei e profondi. Ti incanta col suo sorriso, la sua dolcezza, quell’innocenza che gli ha permesso di arrivare agli «anta» vivendo come il suo connazionale Peter Pan nel mondo delle favole. Lindsay Kemp da qualche anno risiede a Livorno: un appartamento in un condominio qualunque, dove un tempo sorgeva il teatro Politeama, a due passi dal mercato centrale. Dove ha scelto di collaborare con piccole realtà teatrali su palcoscenici che non sono il Royal Drury Lane di Londra e neanche il Radio City Music Hall di New York, certo più adeguati a un artista che per anni è stato il re dei teatri del West End e di Broadway.

Qualche flash da wikipedia, per chi non conoscesse il coreografo, attore, ballerino, mimo e regista inglese. Gli esordi nei primi anni sessanta, poi nel 1974 con “Flowers” il successo in un piccolo teatro londinese, da cui passa al West End a furor di popolo, quindi dopo mesi di trionfo assoluto, a New York On Broadway. Ha così inizio un ventennio ricchissimo di successi che porta Kemp e la sua compagnia in ogni angolo del mondo. Inventore di un teatro-danza onirico, ispirato e forte di effetti spettacolari ottenuti con l’uso di musica e luci, Kemp ha ispirato fra gli altri il nascente Cirque nouveau, tutto il teatro-danza europeo, ha reinventato l'arte del mimo e ha influenzato molte compagnie innovative (Momix, Kripton...). Ha aperto la strada agli eventi rock spettacolarizzando i concerti con allievi come David Bowie e Kate Bush. Questi gli inizi. Poi sono seguiti 30 anni di successi in tutto il mondo.

Dopo aver scritto la storia del teatro del Novecento, lei a 74 anni...

«Chi le ha detto che ho 74 anni? Wikipedia? Non ci creda, sono bugiardi... magari ne ho 75, o molti meno...».

Ecco, Lindsay Kemp è così. Lo guardi sorridere, ammiccare, fingere esagerato stupore, incupirsi e rasserenarsi in un attimo come un cielo inglese, e avverti un senso di leggerezza, la sensazione che sì, la vita è bella e va presa come un gioco.

Voglio dire, lei a una certa età continua ad aver voglia di salire sul palcoscenico con l'energia di un ragazzino. E' una grande storia d'amore, quella fra lei e la danza.

«Sono nato danzando, come tutti i bambini. Io non l’ho mai dimenticato, la mia è una vita danzante, non c’è differenza fra il danzare e il vivere».

Perché ha scelto di ritirarsi a Livorno?

«Mi sono innamorato di Livorno tanti anni fa quando sono venuto con Flowers al Goldoni. Sono nato in una città col porto, il mare. Ma la differenza la fa la gente di Livorno. Qui mi sono sentito a casa, più che in ogni altra parte del mondo, ho trovato grande umanità, ho ricevuto un magnifico benvenuto, per le strade, nei bar, al mercato, soprattutto al mercato, che è qui accanto. Non mi importa della nobiltà, della celebrità, mi piacciono le persone normali, sincere, di cui ti puoi fidare. L’affetto della gente mi dà stimoli e ispirazione. Poi questa casa sorge dove un tempo c’era il Teatro Politeama, ed è come se ci fossero i fantasmi degli antichi teatranti, io li sento».

Certi politici italiani dicono che con la cultura non si mangia. Lei cosa ne pensa?

«Oscar Wilde diceva “Anche se hai pochi soldi non ti comprare un grosso pane, spendine metà per il pane e metà per i fiori”. L’arte è essenziale per lo spirito, per la salute. Ci sono eccezioni, ma generalmente i politici sono persone orribili».

Torniamo a lei: oggi si sente un Maestro?

«No, io sono uno studente, ho tanto da imparare. Ma sono molto felice di avere avuto il dono di aiutare gli altri a soddisfare i loro desideri».

E' contento di quello che ha realizzato finora? Corrisponde a quello che da sognava da ragazzo?

«Sì, sono contento, ma non soddisfatto. Un artista non è mai soddisfatto. E poi è difficile essere felici quando c’è tanta infelicità intorno. Diciamo che cerco di essere felice e di mettere in condizione gli altri di esserlo».

Ma non pensa che un personaggio come lei dovrebbe avere più attenzione e più gratificazioni?

«Ovviamente l’attenzione è essenziale per un attore, e forse mi piacerebbe avere più opportunità. Non parlo di soldi, ma di spazi, o di persone con cui lavorare. O magari di una pubblicità adeguata che faccia conoscere un lavoro fatto».

C'è qualcuno, nei campi più vari, che lei considera un Maestro?

«In passato ho avuto la fortuna di avere grandi Maestri, ma ora dove sono? Mi guardo intorno e non li vedo. Fra gli ultimi mi vengono in mente Luca Ronconi, Giorgio Strehler, Pina Bausch».

Come era Lindsay da bambino?

«Non molto diverso da ora. Un piccolo combattente. Timido? E chi non lo è? Ma se vuoi diventare una star, te ne devi dimenticare».

E i rapporti con i suoi genitori?

«Quante ore abbiamo? Mio padre era in Marina, come un po’ tutti in famiglia. Morì all’inizio della guerra. Avevo una sorellina che – si vede anche dalle foto – era una piccola teatrante, ma se ne andò a 5 anni, e io sono nato come una sorta di sostituzione. Mia madre era molto sofisticata, teatrale, appassionata. Mi incoraggiava a ballare e cantare, durante i bombardamenti intrattenevo la gente nel rifugio. Per me il teatro divenne una specie di ossessione, ma mia madre aveva paura per il mio futuro, e mi mandò all’Accademia Navale. Furono anni orribili, brutali, ma sopravvissi danzando e intrattenendo i miei compagni, divenni popolare nella scuola, e ovviamente malvisto dai graduati. Venni via senza una lira, e quando mia madre capì che il teatro era la mia strada si mise a fare le pulizie, o la cameriera per aiutarmi. Poi è diventata la mia più grande fan, ha visto Flowers 120 volte».

ll Lindsay adolescente come immaginava il Lindsay del 2015?

«Pensavo che avrei avuto più glamour e più soldi... Scherzo. In realtà non ero ambizioso, quello che volevo era danzare, far parte di questo mondo magico, e sono davvero felice di averlo realizzato».

Che cosa è per lei il successo?

«Rendermi conto che il mio lavoro è apprezzato. Ma non nel senso “che bello” o “che buono” come si può dire di un dolce, ma realizzare che il mio lavoro è servito a cambiare delle vite. Primo scopo di un artista è quello di sollevare lo spirito del pubblico, un obbligo: renderli liberi. Mi piace pensare di essere utile come un dottore. L’artista è un dottore dello spirito».

C'è stato un momento di svolta, nel quale la sua vita ha preso una certa direzione?

«No, è stata una linea continua: avevo una stella in fondo, e l’ho seguita. Come diceva Martha Graham, “L’ho desiderato, l’ho fatto”. Non è stato facile, è stata una strada accidentata, ma sono contento».

Lei ha ha vissuto gli anni Sessanta nella Swinging London. Che ricordo ne ha?

«Ricordo la gioia, le risate, la libertà, l’impegno che tutti avevamo per la pace. Era un grande momento per l’arte, la creatività, la sperimentazione, anche se io non volevo fare underground. Se pensi a Bob Dylan, John Lennon, c’erano davvero grandi personaggi, un bel periodo. Eravamo tutti idealisti, qualcuno lo è ancora. Io per esempio. E ricordo che il sole splendeva sempre; lo so, non è vero, ma io lo ricordo così».

II mondo era migliore o peggiore 50 anni fa?

«Era assolutamente migliore, un’età dell’oro, c’era un sacco di gente creativa. E poi tutti erano idealisti, avevano voglia di innovare, di cambiare le cose, si sperimentava. E tutto questo si è perso. E anche il teatro ha perso la sua magia».

Oggi non si sperimenta più o non c’è più niente da sperimentare?

«Oggi, con qualche eccezione, nessuno ha più voglia di sperimentare. Spesso sono i manager che guardano al box office e non si vogliono prendere rischi. Si fanno solo cose sicure. È un problema di soldi. Qui in questo teatrino sperimentiamo, eppure il budget è bassissimo. Però abbiamo la passione».

Ha ancora rapporti con personaggi come David Bowie o Kate Bush?

«No, è stato tanto tempo fa. Sono contento quando qualcuno ricorda l’influenza che ho avuto su David Bowie o Kate Bush o Miguel Bosè o RinTinTin o chissà chi altri, ma che devo dire? Sono stati buoni allievi, molto talentuosi, molto devoti».

Torniamo al presente: c ’è qualche artista che l’ha colpita?

(Segue una lunga pausa) «Il tempo che mi ci vuole per rispondere è già una risposta. È un peccato. C’è stato un tempo della mia vita in cui il mondo era pieno di grandi artisti di cui ero letteralmente innamorato, me ne sarebbero venuti in mente a decine. Ora non ci sono più, mi guardo intorno e dico “Chi c’è rimasto?”. Nel mio campo direi che l’ultima grande coreografa è stata Pina Bausch. E Paul Taylor. Oggi la maggior parte di quella che è chiamata danza contemporanea non tocca il cuore, e la maggior parte dei danzatori hanno dimenticato che la danza serve a intrattenere. Ma non disperiamo, l’artista deve essere sempre ottimista...».

Che rapporto ha con le tecnologie, internet, i social etc.?

«Le trovo straordinarie in quanto utili. Con un clic vedi Nijinsky o Isadora Duncan, è favoloso. Certo non è il mio mondo, nei miei spettacoli gli unici effetti siamo noi. In un tablet si trova tutto, ma non la magia, quella la puoi trovare su un palcoscenico, quando c’è».

Come lavora materialmente alle sue storie, come si accende la sua creatività?

«Le idee a volte sono lì, arrivano dalla finestra, le porta il vento, te le trovi lì. Possono venire da un film, più spesso dalla musica, a volte da un libro, e quando arrivano è la parte migliore».

La sua è una vita da artista. Ha dovuto fare delle rinunce?

Le ballerine classiche fanno rinunce: parlano di figli, diete, vita di sacrificio. Io non ho fatto sacrifici, non ho rinunciato a divertirmi, a fumare, non ho abbandonato le cose che mi danno piacere. Lo so, rischio di passare per edonista. O forse lo sono».

Ha qualche rimpianto?

«Sarebbe affascinante dire “Non ho rimpianti”. Ne ho, ne ho. Un esempio? Avrei potuto dare più attenzione ai miei insegnanti, lavorare più duramente. Io per tutta la vita non ho fatto che giocare».

Se alla sua porta bussasse un ragazzino, il Lindsay del terzo millennio, e le chiedesse consigli per il suo futuro

«Avrei una lista di cose da consigliare. Leggi tutto quello che puoi, guarda tutto ciò che puoi, prova ogni opportunità che ti capita, fai errori, sperimenta, ricomincia da capo e non smettere mai di imparare. Se sei un ballerino non smettere mai di danzare, se sei un pittore non smettere mai di dipingere. Non ti aspettare di essere soddisfatto, ma lavora per essere felice e per rendere felici le altre persone».

E se avesse la possibilità di suggerire una sola cosa?

«Ama incondizionatamente»