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UNA NOTTE COL MAGO BOSCO

Bartolomeo Bosco (Torino, 3 gennaio 1793 – Dresda, 7 marzo 1863) è stato un illusionista italiano, considerato uno dei più grandi prestigiatori di tutti i tempi. A metà ottocento il suo nome era simbolo di magia in ogni Paese del vecchio continente, e il suo spettacolo era stato rappresentato nei più importanti teatri e davanti ai più importanti sovrani europei. La sua fama era tale da influenzare la moda e i costumi dell’epoca. Dopo numerosi tentativi andati a vuoto Bosco accettò di concedermi l’intervista impossibile che segue. Ci incontrammo una notte di qualche anno fa, nella sua città natale.  

L’appuntamento è nel cuore della sua Torino: la Mole Antonelliana. Per mezzanotte, ovviamente. Lo aspetto sdraiato su una comoda poltrona nel salone centrale del museo del cinema. Il tempo passa, e lui non si vede. Sto per addormentarmi, guardo l’orologio: sono quasi le una. Una voce bassa ma decisa mi scuote dal torpore. “Allora, ha pronte le sue domande?”. E’ lì, seduto sulla poltrona accanto, elegante in un completo di velluto nero, altezza media, corporatura robusta, baffi e mosca, capelli folti e mossi, sguardo che comunica intelligenza ed ironia. Il cavalier Bartolomeo Bosco.

“Cavaliere, mi ha fatto prendere un colpo… ormai non l’aspettavo più…”

“Perché? Avevamo detto mezzanotte no?”. Mentre parla, il campanile batte 12 rintocchi… cominciamo bene. “Guarda che roba hanno costruito qui sul vecchio bastione… si chiama Mole Antonelliana, vero? Lo sa che la prima pietra l’hanno posta nel marzo del 1863, credo proprio il giorno in cui io… come dire… sono uscito dal gioco. Qui volevano costruire una sinagoga, e invece ecco un tempio del cinema… lo devo proprio raccontare al mio amico Meliés…”

Vi frequentate anche nell’aldilà?

Dipende, con alcuni maghi ci vediamo di tanto in tanto, un po’ come nell’aldiquà. Ma è una compagnia un po’ noiosa: ognuno pretende di essere stato il più grande mago del mondo.

Un titolo che ai suoi tempi spettava a lei…

Non ero certo io a dirlo, diciamo che era l’opinione di un bel po’ di gente.

Qual era il suo punto di forza?

Una certa abilità di mano, che mi rese proverbiale specie nel giuoco dei bussolotti. Ma soprattutto, come direbbero gli americani oggi, il senso dello show business. Anzi, direi di averla inventata io, la reclame applicata in modo sistematico allo spettacolo. Dopo di me soltanto Houdini la utilizzerà ai massimi livelli. Un caro ragazzo, quell’ungherese: nel 1903 venne a rendermi omaggio nella mia ultima dimora, a Dresda. E non è vero che rubò fregi e ornamenti, come è stato detto. Pagò di tasca sua per far restaurare il monumento, e portò in America i fregi per evitare che andassero perduti, per poi donarli alla società dei maghi d’America… già… che stavo dicendo?

Che ha inventato la pubblicità…

Sì, me lo diceva sempre mio padre Matteo, “se hai un buon prodotto ma nessuno lo sa, è come se non lo avessi”. E io i miei prodotti li sapevo vendere, eccome. La trovata era quella di creare curiosità e attesa già prima del debutto di uno spettacolo. In questo ero maestro. Mi presentavo la settimana precedente a qualche notabile cittadino o direttamente a casa dei giornalisti più famosi, ed eseguivo qualche meraviglia ben preparata sotto i loro occhi, come fosse casuale. Loro, vittime e protagonisti delle mie magie, diventavano la miglior cassa di risonanza. Oppure giravo per le piazze e i mercati, facevo qualche piccolo miracolo a un passante o a un venditore, poi con l’aiuto di persone appositamente pagate facevo in modo che la voce di incredibili magie si propagasse. Manifesti, locandine, articoli sui giornali facevano il resto. Il giorno dello spettacolo bisognava tener fuori dal teatro la gente a forza. E chi c’era ad aspettarli al botteghino? Io, in persona, vestito come un alto dignitario con mantello di pelliccia ed alamari, per creare un contatto col mio pubblico, e rinvigorire il mito, “l’ho conosciuto personalmente, gli ho stretto la mano” come faranno 200 anni dopo i grandi artisti di Las Vegas. E pensare che quel babbeo di Robert Houdin mi criticò. Secondo lui stavo lì a contare i soldi.

A proposito, lei ha conosciuto di persona Robert Houdin?

Diciamo che lui ha conosciuto me: al tempo ero io la star. Basta leggere i giornali: “In prima fila allo spettacolo di Bosco c’erano Comte, Robert Houdin e Philippe, tutti i fisici di talento accorsi per vedere se il loro vecchio maestro e capo avesse nulla perduto della sua potenza”. Venivano a vedere i miei spettacoli, mi criticavano pubblicamente, poi a distanza di tempo rifacevano i miei numeri. Del resto per Robert Houdin non era una novità: il suo repertorio era zeppo di materiale copiato da Pinetti, eppure lui nelle sue memorie non lo cita neanche una volta, finge che non esista. E al suo posto si inventa un certo Torrini, mai apparso su questa Terra, che sarebbe stato il suo maestro. Eppure Pinetti era stato il più grande. E non lo dico per sciovinismo, all’epoca l’Italia non c’era, io ero Piemontese e Pinetti dello Stato dei Presidi, per me era più vicina Parigi che Orbetello. Del resto è comprensibile che Robert Houdin e soci mi temessero e mi invidiassero: quando mi esibii per Napoleone III alle Tuileries, era il 1852, io ero al culmine del successo. E invadevo il loro territorio. L’Illustration l’anno precedente aveva scritto: “E’ lecito pensare che alcun taumaturgo o mago del passato abbia mai eguagliato l’abilità di quest’uomo”.

Pare che lei abbia influenzato anche la moda dell’epoca

Modestamente sì, ma involontariamente, non come fanno oggi le vostre rockstar. Io non ero costruito, ero semplicemente me stesso, vestivo abiti che avevo comprato in Russia, viaggiando molto sceglievo le cose che più mi piacevano in tutto il mondo. Il pubblico apprezzava, così furoreggiarono gli stivaletti alla Bosco, le marsine alla russa. Entrai anche in hit parade: nacque un ballo, la Contraddanza alla Bosca, e per diversi mesi l’Europa danzò su quelle note. Anche il mio modo di parlare ebbe un certo successo: mescolavo l’italiano con accento piemontese con francese, tedesco e russo. Mi capivano dappertutto. Ho praticamente inventato l’esperanto. Fra i miei fans ho avuto gente importantissima: praticamente tutti i sovrani del tempo, che mi hanno tributato onori e concesso attestati di grandissima stima. A Roma, nel 1838, il poeta Giuseppe Gioacchino belli venne a vedere il mio show all’anfiteatro Corea e scrisse in mio onore “Turandò l’incantatore”, un lungo componimento poetico.

Belli racconta però anche di un suo mezzo fiasco…

Non esageriamo. Diciamo che tornò a rivedermi: aveva già visto i miei numeri, e forse non ero in gran forma…

Tanto che scrisse “Molto maluccio i giochi di bosco, domani l’incantatore si riproduce, che il cielo gliela mandi buona”…

Sì, ma poi aggiunse “Anche un grande artista può avere una serata negativa, ma questo niente toglie ai suoi meriti, anzi rendendolo più umano ce lo rende più vero e meno mitico”.

Facciamo un gioco: io le cito alcuni aneddoti, e lei mi dice se sono veri, falsi o esagerati. Il primo, il più famoso: gli orologi che recuperano il ritardo alla corte di Napoli.

Diciamo che il re era un gran simpaticone. E anche un uomo di spirito.

L’abilità nel giuoco dei bussolotti.

Me l’ha riconosciuto anche Robert Houdin: non avevo rivali.

L’uso di compari.

Abbondante nel preshow, il minimo indispensabile durante lo spettacolo

Il gioco dei volatili che si scambiano la testa.

Vero. Mica c’erano al tempo le organizzazioni di animalisti.

Le monete d’oro nelle uova dei venditori ambulanti.

Vero. Che ci vuole?

L’anello prezioso strappato di mano a un inglese sul traghetto, gettato in mare e ritrovato.

Quell’inglese era odioso, avevo una gran voglia di non farglielo ritrovare.

A Marsiglia i briganti la rapinano ma lei rapina loro.

Vera la prima parte, ahimé. La seconda è l’utilizzo pubblicitario che ne ho fatto.

La venditrice di uova che “si sgravida dei porcellini d’India”.

Avevo sentito della storia di quell’inglese, la Toft, e l’ho fatta rivivere.

Le notti nell’harem del sultano “astenendosi da ogni indiscretezza.”

L’incredibile è che la gente ci credesse…

Il sultano che le chiede di ripetere il gioco dello scambio di teste con un etiope e un circasso.

Vero, purtroppo. Non sapevo più come uscirne. Presi tempo, poi riuscii a fuggire.

Il cosacco derubato mentre la deruba dopo la battaglia di Borodino

La storia è inventata, ma fu utilissima per sopravvivere con la magia in quegli anni in Siberia.

Ancora una domanda… chi può essere considerato il suo erede oggi?

“Il mio erede? Beh, non è facile. Diciamo che il mio erede potrebbe essere…….”

La voce svanisce, mi volto, la poltrona è vuota. Nel torpore sento l’orologio. Batte un solo rintocco.