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LA FATA CHE GUIDA IL TAXI

L’intervista che segue è tratta dal mio libro “Incontri straordinari – 70 interviste con personaggi che hanno quel qualcosa in più” (Florence Art edizioni). Una galleria di ritratti che lasciano emergere storie minimali o epiche, raccontano i loro sogni, le speranze, le passioni alla ricerca di quella scintilla che li ha trasformati in numeri uno. Storie che ci ricordano che ognuno di noi è un “incontro straordinario”, un universo pieno di meraviglie da esplorare. (lu.don.)

La storia è di quelle che si raccontano da sole. Estate 2001, Caterina Bellandi lavora in una grande azienda di Prato, un’impiegata come tante con una vita normale, come tante. Non sa che il destino le sta per portare via Stefano, l’uomo della sua vita. Stefano è un taxista, e la sua lotta contro il tumore che lo devasta si chiude con una richiesta che è anche un dono: «Da domani sarai tu — le dice — Milano 25, il mio taxi». Domani arriva subito, e fa rima con dolore. Ma anche con la voglia di non arrendersi, di ripartire da quel gesto d’amore trovato a due passi dalla morte.

Caterina diventa tassista e per diversi mesi taglia Firenze in lungo e in largo. Serviranno ancora gli occhi di una bambina salita sul suo taxi, triste per aver perso il fratellino, a trasformarla in una fata, in un personaggio di fantasia. Per qualcuno in una santa. Milano 25 diventa un cartone animato, fra colori, pupazzi, fiori e giocattoli, e lei è Zia Caterina, col suo grande cappello fiorito, le vesti variopinte, ninnoli e bracciali che pendono dappertutto: la sorridente amica di tutti i bambini.

Soprattutto di quelli malati, quelli che devono andare a curarsi in ospedale, al Meyer. Per loro e per i loro genitori le corse sono gratuite, sempre. E la cosa non finisce lì: Zia Caterina resta accanto a loro, li va a trovare, allieta i suoi piccoli amici, ne condivide i momenti brutti. E a volte, purtroppo, gli ultimi. Con loro vive fantastiche avventure. Già, perché a Zia Caterina i bimbi raccontano i loro sogni, e lei fa di tutto per renderli reali. Così col suo taxi tocca Eurodisney, o Londra, o l’Albania, o la Sicilia per riportare a casa un bambino o soddisfare il desiderio di un altro. Un giorno poi viaggia fino a Mosca, seimila chilometri per incontrare Patch Adams, sì, quello del film, che l’ha voluta con lui.

La leggenda della fata che realizza i desideri cresce, fra voli in mongolfiera e traversate in nave. E a Firenze il suo taxi diventa un’istituzione. Solo chi non ne sa niente resta imbarazzato e un po’ preoccupato da quella strana autista. O ne diffida, come quel vigile troppo solerte che gli appioppa una multa perché circola con troppi ninnoli e disegni. Ci penserà l’assessore ad evitare una pessima figura cancellando il provvedimento.

Caterina, quella multa la fece arrabbiare?

«No, è solo il frutto di una società che vive secondo i suoi schemi, e io ho infranto uno di questi».

Ma c’è qualcosa che la fa arrabbiare?

«Sì, mi arrabbio tantissimo. Ad esempio quando gli altri non vogliono capirti e tollerarti, quando non vengo accettata perchè sono diversa. La presunzione di conoscere e di giudicare mi fa arrabbiare. Come quando qualcuno dopo avermi fermata decide di non salire sul mio taxi, dice che è una buffonata, senza sapere niente di quello che sto facendo».

Mi hanno detto che il suo vecchio taxi sta per andare in pensione…

«Sì, è il secondo. Ognuno dei miei taxi ha non una ma mille storie da raccontare. E un nome. Il primo si chiama Margherita, il secondo Berenice. Hanno fatto migliaia di chilometri, e ora sto aspettando che mi arrivi dall’Inghilterra Luca’s Cab, un tipico cab inglese che avrà il nome del ragazzo che accompagnai a Londra, e col quale sognai che ci saremmo tornati proprio per comprare quel taxi...».

Rimane sempre in contatto con i suoi clienti o con i loro familiari?

«Sì. Tutte le famiglie che perdono un figlio restano nel mio cuore, e continuiamo a frequentarci, a sentirci. E non tutte le storie finiscono male. Ci sono tanti ragazzi che grazie al cielo si curano, guariscono. Poi quasi sempre vengono a fare volontariato negli ospedali. E ogni tre mesi vengono a Firenze per i controlli. Sono i miei figli sparsi per il mondo».

Tanta gente che la conosce dice che lei li hai spiazzati con l’amore...

«La verità spiazza, e il mio lavoro è portare l’amore. Tutti parlano della crisi, dei soldi che non hanno, ma perché non parlano dell’amore che non hanno? Nel dolore scopri che l’amore, la vita sono l’unica risposta».

Hanno mai provato a strumentalizzare il suo impegno?

«Sì, spesso. Perché gli altri non sempre vedono col cuore quello che tu sei. A volte ci casco, ma non mi preoccupo, se sbaglio torno indietro. Se qualcuno mi frequenta per questioni di immagine, pubblicità, sono problemi suoi. Ma si stancano presto, perchè io sono uno spirito libero».

E quelli che la giudicano mezza matta?

«Ognuno giudica l’altro con ciò che ha. Io non giudico nessuno, vado incontro e cerco di capire. Del resto tutta sana non sono, prendo vita dalla morte. Ma gli altri sono proprio normali? È normale, ad esempio, che un politico si approfitti della gente?».

Lei non si è risposata e non hai figli. Dare amore a tutti non lascia spazio a storie personali?

«Non essere mamma mi manca molto, ma ho cercato di sopperire. Non so cosa si prova ad amare qualcuno più di sé stessi; quando muore un bambino io lo amo come se fosse mio, ma lo lascio andare, perché non è carne della mia carne, e di questo sono consapevole. Sì, è come per un prete, non avere legami mi consente di fare al meglio la mia missione. E poi il fatto di non avere altre storie non è una scelta. È una possibilità che non mi sono mai preclusa, ma non è capitata. Forse perché sono innamorata di ciò che sto facendo».

Il suo prossimo viaggio?

«Spero in Terrasanta. È un viaggio della speranza; sono dieci anni che è morto il mio compagno, e ho imparato che la fede, qualunque fede, è un cammino fondamentale nella sofferenza. Ho scoperto che ovunque si prega in maniera diversa, ma si prega. Ho capito che da sola non posso camminare».

Quindi lei è credente. Cosa significa avere fede di fronte a orrori come la morte di un bambino?

«Significa tutto: non puoi non avere fede di fronte a questi dolori. Ognuno a prescindere dal tipo di religione, nella fede trova un aiuto ad andare oltre. Io sì, credo ci sia un’altra vita, credo che ciò che facciamo costruisca la nostra essenza. E che se il corpo lo lasciamo qui, noi andiamo avanti all’infinito».

Firenze, Dicembre 2011

Il 25 aprile 2012 il taxi Milano 25 di Caterina Bellandi, il primo storico Taxi della “fata”, è diventato un monumento all'interno del Giardino dell'Orticoltura di Firenze. Per l'occasione il “Taxi dell'amore” è stato completamente ridipinto da Karin Engman.